Pubblicità Progresso vs Gender Pay Gap

http://opinione.it/cultura/2015/07/25/dalessandri_cultura-25-07/

di  Elena D’Alessandri

25 luglio 2015

In queste settimane estive gender e discriminazioni sono state all’ordine del giorno in diverse occasioni. Proprio negli ultimi giorni il tema è stato riportato all’attenzione dal bollino nero, ovvero dalla condanna, che la Corte di Strasburgo per i diritti umani ha inflitto all’Italia per il mancato riconoscimento legale delle unioni tra persone dello stesso sesso. Forse eccessivamente concentrati sul versante delle “nuove forme di discriminazione”, abbiamo dimenticato quelle disparità di trattamento che hanno invece radici “antiche”, come la discriminazione sul lavoro tra uomo e donna.

Nei giorni scorsi, a Milano, Pubblicità Progresso ha presentato la seconda fase della campagna a favore della parità di genere, dal titolo ‘Punto su di te’. La prima fase della campagna si era concentrata sulla discriminazione sessuale, oggi ancora particolarmente presente, mentre in questo secondo step si punta a mettere in luce la disparità di trattamento sul lavoro tra uomo e donna, a parità di (tutte le altre) condizioni.

Stando ai dati, in Europa il “gender pay gap” raggiunge picchi del 30 %, mentre 1 donna su 3 abbandona – rectius, molto spesso è costretta ad abbandonare – il lavoro dopo il primo figlio. L’iniziativa realizzata da Pubblicità Progresso si compone di una campagna e di uno spot. Semplice ma efficace. Lo spot è stato girato, con telecamere nascoste, durante alcuni colloqui di lavoro. L’attrice coinvolta si presenta ai colloqui prima come donna e poi, adeguatamente truccata, come uomo. Le risposte fornite durante il colloquio sono ovviamente uguali. Ma parità di condizioni – formazione, esperienze pregresse, disponibilità temporale etc – l’uomo e la donna ricevono un trattamento diverso. Mentre la cifra proposta come remunerazione economica dal candidato uomo viene accettata, la stessa somma proposta dalla donna (che poi sono evidentemente la stessa persona) viene ritenuta eccessiva. Piuttosto efficace il messaggio della campagna: “Essere una donna è ancora un mestiere complicato. Diamogli il giusto valore”.

Ed è veramente un mestiere complicato. Le donne devono spesso barcamenarsi tra la vita professionale e quella privata, tentando equilibrismi faticosi e complicati. La loro remunerazione, come emerge chiaramente, è più bassa di quella di un soggetto con la stessa preparazione ed esperienza ma di sesso maschile. Le donne sono spesso sono obbligate a lasciare il lavoro dopo il primo figlio – e vengono viste con preoccupazione se in età riproduttiva, del resto la maternità è un costo per il datore di lavoro – o in caso decidano di non cedere alle avances del capo – il che, ahinoi, accade ancora con una certa frequenza…

E’ decisamente anacronistico, ma altrettanto reale, scontrarsi con una impostazione ancora così profondamente intrisa di una ideologia maschilista e passatista. La società è cambiata, il mondo è evoluto, ci si batte per l’uguaglianza e contro le discriminazioni delle coppie gay, delle famiglie arcobaleno, senza accorgersi però che esiste ancora una forte disuguaglianza in seno alla “coppia” tradizionalmente intesa…

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