La gestione della fine: ‘Il tempo che resta’

Bernard Schlink, uno dei maggiori autori tedeschi contemporanei abbandona i grandi scenari storici per concentrarsi su un dramma intimo e universale: la gestione della fine. Con “Il tempo che resta”, edito in Italia da Neri Pozza (188pp. 19 euro), Schlink costruisce un racconto che interroga il lettore sul senso del dovere, sull’amore inaspettato e sul lascito emotivo in un tempo limitato.

Al centro della scena c’è Martin, un uomo di 77 anni. È sposato con Ulla, un’artista ben più giovane di lui ed è padre di David, un bambino di appena 6 anni. Ormai pensionato, Martin ha costruito la sua quotidianità intorno a quella di David, che accompagna e riprende da scuola ogni giorno e con cui si intrattiene in giochi, scoperte e passeggiate. È proprio questa nuova, fragile felicità del protagonista a rendere il suo destino tanto crudele.

La narrazione prende avvio con un implacabile verdetto: Martin ha un tumore al pancreas in stato avanzato. La diagnosi non lascia spazio alla speranza, con una prospettiva di sopravvivenza di appena sei mesi. Questa notizia, così scioccante, provoca in Martin dapprima sgomento e rabbia, lasciando quindi spazio alla rassegnazione.

Martin non è un uomo che deve aggiustare i conti con il passato; sente invece, con angosciante lucidità, di dover pensare al futuro di suo figlio, quando lui non ci sarà più. Martin si ritrova ossessionato da una singola domanda: come preparare un bambino alla propria assenza, e come assicurare che lui e la sua giovane moglie riescano a superare il dolore e le difficoltà economiche?

Schlink evita il melodramma adottando uno stile essenziale, quasi da resoconto, che amplifica il dramma interiore di Martin. L’autore esplora il difficile equilibrio tra il desiderio di non turbare gli ultimi mesi di vita familiare e l’urgente necessità di mettere ordine nel caos che la sua morte lascerà.

Il ‘tempo che resta’ diventa l’unità di misura di ogni azione, di ogni conversazione. Martin deve decidere non solo cosa fare del suo patrimonio, ma come lasciare la più importante delle eredità: la memoria e un senso di sicurezza al suo bambino. La differenza d’età tra Martin e Ulla, e la consapevolezza che il loro amore ha generato un figlio in età così avanzata, aggiunge un livello ulteriore di colpa e di urgenza morale al suo compito finale.

Attraverso gli occhi di Martin, Schlink ci spinge a confrontarci con i limiti della vita e con il coraggio necessario per affrontarli non con rassegnazione, ma con dedizione. Il libro è una profonda riflessione su quanto la nostra esistenza sia definita non solo da ciò che viviamo, ma da ciò che lasciamo in coloro che amiamo.

Il tempo che resta è un romanzo toccante e filosoficamente acuto, che conferma la maestria di Schlink nel trasformare un tema doloroso in una prosa di rara lucidità. È una lettura che risuona a lungo, invitando a riflettere sul significato del legame familiare di fronte all’ineluttabilità della fine.

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