‘Ti ritrovo nel silenzio’: un memoir asciutto, intenso e commovente

Non è facile trasformare il silenzio assordante di una perdita improvvisa in parole, ma l’autrice Premio Pulitzer Geraldine Brooks, con Ti ritrovo nel silenzio, edito in Italia da Neri Pozza (294pp., 19 euro) compie un atto di alchimia letteraria: distilla il lutto in pagine di una bellezza lancinante, profonde quanto l’abisso che si apre sotto i piedi di chi resta.

Il suo non è un semplice memoir; è un’esplorazione viscerale della solitudine che segue alla morte, nonché una feroce riflessione sulla nostra umanità fallace.

Il libro si apre con la brutalità di un momento che spezza in due l’esistenza: la morte improvvisa di suo marito Tony Horwitz, compagno, collega e amico di una vita, ad appena 60 anni, in tournée per la presentazione del suo ultimo libro, comunicatale per telefono con la fredda insensibilità della burocrazia statunitense. Questa è la prima – ma non certamente l’ultima – tagliente critica di Brooks a un sistema che deumanizza il dolore, arrivando a negarle anche quel rituale, antico e necessario: la possibilità di vedere e toccare il corpo dell’uomo amato. In questa negazione, il lutto non ha un luogo dove atterrare, rimane sospeso, una ferita aperta che si infetta di incredulità e rabbia.

Il titolo, Ti ritrovo nel silenzio, è la chiave di volta dell’intera opera. Brooks ci conduce in un luogo in cui le parole, i conforti e le frasi fatte della società svaniscono, lasciando spazio al suono più vero e più terrorizzante: il silenzio assoluto. È in questo vuoto che l’autrice sente, in modo quasi fisico, la presenza e l’assenza del marito. Il dolore non è urlato, ma è tagliente proprio perché silente, una lama che affonda senza rumore.

L’autrice non tenta di addolcire la realtà; descrive il lutto come una palude, un luogo di stasi emotiva in cui deve comunque districarsi tra questioni burocratiche che inevitabilmente la coinvolgono così come i suoi figli. Una sospensione che per lei dura oltre tre anni. Tre anni trascorsi nel tentativo infruttuoso di ‘fare i conti’ con un’assenza che è stata imposta, non accettata.

Il punto di svolta, emotivo e narrativo, arriva con il ritorno a Flinders Island, un luogo che simboleggia, o forse promette, un ricongiungimento con il sé e con il ricordo. L’isola non è solo una location geografica, ma un catalizzatore per l’elaborazione. Lì, nella natura aspra e indifferente eppure profondamente vera, Brooks trova lo spazio e il tempo per smettere di combattere la perdita e iniziare a viverci.

“Non ci sono figli, né animali né editori, né addetti stampa né vicini di casa né amici. Nessuno per quanto amato si frappone tra noi. Qui posso dedicargli ogni istante cosciente della mia giornata – e persino i sogni, nelle ore inconsapevoli della notte. È stata la solitudine a fargli spazio”.

L’atto di ricominciare a vivere non è un lento, doloroso riallineamento dell’anima, ma il riconoscimento che, se l’amore è stato interrotto, la vita continua, portando con sé il peso e la bellezza di ciò che è stato.

Una lettura per chiunque abbia perso un amore totalizzante, sentendosi inghiottito dal vuoto e per chi ha dovuto imparare nuovamente a respirare senza l’aria più importante. Un’opera profondamente umana e commovente, un tributo a un amore interrotto senza preavviso ma soprattutto, una lezione su come trovare non la chiusura, ma la resilienza, anche nel silenzio più schiacciante.

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