Tennis Partner di Abraham Verghese (Neri Pozza, 416 pp.) è un libro che non ti aspetti: inizia in sordina per poi travolgere il lettore con la forza d’urto di una rivelazione. Un memoir che nasce come cronaca di un’amicizia sportiva e si trasforma, pagina dopo pagina, in una dissezione chirurgica e commovente dell’animo umano.
Sullo sfondo di una El Paso arsa dal sole, città di confine dove il deserto specchia i vuoti interiori, si incrociano due esistenze precarie a cavallo tra gli anni ’80 e ’90: quella di Abraham Verghese, un infettivologo in prima linea nella lotta contro l’orrore dell’AIDS – un morbo che in quegli anni portava con sé lo stigma della morte ineluttabile – nato in India e cresciuto in Etiopia, che porta con sé la malinconia di chi appartiene a troppi mondi per sentirsi veramente a casa in uno soltanto e quella di David Smith, uno specializzando australiano dal carisma magnetico che nasconde sotto il camice bianco il peso di una carriera da tennista professionista infranta e l’ombra di una dipendenza mai vinta. L’incontro tra i due avviene nel periodo in cui Abraham assiste inerme alla deriva del proprio matrimonio.
L’aspetto più potente del libro è l’ambivalenza tra i loro mondi. In corsia, Abraham è il mentore che guida David verso la ‘responsabilità della cura’; nel campo, i ruoli si invertono in un gioco di specchi perfetto, dove è David a diventare il maestro indiscusso, ed Abraham l’allievo che lo ammira affascinato dal suo gesto atletico. In quel rettangolo di cemento il tennis diventa un linguaggio più onesto delle parole. Ogni colpo espone una ferita, ogni volée è un tentativo di salvezza.
Verghese scrive con la precisione del clinico, ma con il cuore di chi sa che il dolore non si può operare. Se nella prima parte del libro la disciplina sportiva sembra uno scudo efficace, nella seconda, la ‘bestia’ della dipendenza si risveglia, ignorando ogni logica medica o lealtà amicale.
In questo romanzo il lettore si ritroverà a piangere non soltanto per la sorte di David, ma anche per l’onestà con cui l’autore mette a nudo la propria vulnerabilità.
Tennis partner è il racconto di un uomo che, pur combattendo ogni giorno contro un virus invisibile in ospedale, si ritrova disarmato davanti ai demoni di un amico fraterno: nessuna retorica, soltanto l’eco di una pallina che batte sul cemento e la consapevolezza che, nonostante la sconfitta finale, onorare quell’amicizia, è stato l’unico vero atto di resistenza possibile.
“Il tennis è un linguaggio più onesto delle parole. Sul campo non puoi nascondere chi sei; ogni colpo rivela il tuo carattere, ogni errore la tua fragilità”.
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