La visione de ‘La Grazia’ di Paolo Sorrentino conferma la maturità di un autore che, dopo la parentesi autobiografica di ‘È stata la mano di Dio’ e quella estetica di ‘Parthenope’, torna a interrogarsi su temi cruciali come la responsabilità di vivere. Il film, pur procedendo con un ritmo volutamente dilatato, quasi contemplativo, costruisce un’architettura morale complessa sotto una superficie di abbacinante bellezza. In sala dal 15 gennaio con PiperFilm.
Nella densa e solenne narrazione di La Grazia – presentato all’82° edizione del Festival del Cinema di Venezia – Paolo Sorrentino – che ne ha firmato anche il soggetto e la sceneggiatura – mette in scena una riflessione sulla responsabilità che trascende il piano politico per farsi squisitamente morale. Al centro del film domina la figura di Mariano De Sanctis (un gigantesco Toni Servillo, premiato a Venezia con la Coppa Volpi – che qui regala una delle sue interpretazioni più misurate e commoventi) che interpreta un Presidente della Repubblica nell’ultimo semestre del suo mandato: il “semestre bianco”.
La figura del Presidente è tutt’uno con l’uomo, in una sorta di immedesimazione organica in cui non c’è spazio per il privato. Accanto a lui Dorotea (una bravissima Anna Ferzetti), la figlia, anch’essa fine giurista, che lo segue e lo consiglia.
Unica concessione al privato è il suo dialogo ossessivo, quasi onirico, con l’amatissima moglie scomparsa, a cui, purtuttavia, non riesce a perdonare un tradimento di 40 anni prima.
Ma è giunto il momento dei bilanci, mancano pochi mesi al termine del suo mandato, ed è il tempo in cui il Presidente, che il suo staff ha soprannominato ‘Cemento Armato’, deve finalmente fare i conti con la propria strutturale incapacità di decidere, consapevole com’è che ogni decisione è comunque divisiva.
Un’ incapacità che è anche una virtù tattica, “democristiana”, che consiste nel posticipare azioni e decisioni sperando che il tempo porti chiarezza e risolva i problemi; in ciò aiutato anche dall’essere un giurista, incline alla ricerca del cavillo, anche a costo di mortificare la tempestività della giustizia.
Sulla sua scrivania, sono due le questioni più importanti alle quali è chiamato a dare una risposta che non può più rinviare: la firma della legge sul diritto all’eutanasia e due domande di grazia – quella di un uomo, ex insegnante di storia molto stimato dalla sua comunità, reo confesso dell’uccisione di sua moglie affetta da Alzheimer all’ultimo stadio e quella di una giovane donna colpevole dell’uccisione a coltellate nel sonno del marito che le usava quotidiana violenza. Se la legge sull’eutanasia lo interroga sulla gestione del fine vita per l’intera collettività, le domande di grazia lo costringono a guardare negli occhi il destino di singoli individui.
Ed è Dorotea che lo incalza, invitandolo ad affrancarsi da ogni indecisione, mettendolo di fronte alle sue responsabilità con la domanda centrale del film: “Di chi sono i nostri giorni?” Se Mariano non sa decidere di chi sia il tempo – se della legge, dello Stato o di Dio – finisce per usurpare quello dei malati e dei condannati. Il tempo che lui chiede per ‘riflettere’ è tempo sottratto alla dignità di chi non ne ha più.
Ed è così che il Presidente, messo all’angolo dall’uscita di scena di Dorotea, ormai stanca di assecondare i suoi tentennamenti, prenderà finalmente le sue decisioni sia rispetto alla promulgazione della legge sul fine vita sia rispetto alle domande di grazia.
Magistrale la sequenza in cui Mariano rilegge le domande di grazia mentre, fuori campo, si ode il rintocco delle campane di Roma: un distacco incolmabile tra “il Palazzo” e la realtà del dolore umano.
Ma “Il Presidente” di Sorrentino non è una maschera cinica, tutt’altro. Egli è un uomo che usa il dubbio come bussola etica. Il racconto di un uomo importante che ha sempre vissuto nel pubblico, in ruoli istituzionali e di responsabilità, che ad un certo punto della vita, sebbene smarrito, dovrà lasciare andare il potere per abbracciare il suo privato.
Sorprendente la semplicità con la quale il regista riesce a mettere a nudo il cuore di un uomo solo al comando.
Il film è un’opera profondamente umanista che parla a chiunque si sia mai trovato a dover scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è umano.
Straordinaria la fotografia, affidata a Daria D’Antonio, che accompagna e sorregge la strepitosa prova attoriale di Servillo, con la sua luce ferma, cupa, gelida ma al contempo malinconica, che si sofferma sul volto del Presidente in una serie di piani sequenza silenziosi, ma, allo stesso tempo espressivi, in cui la voce cede il passo all’introspezione visiva. A far da cornice le stanze magnificenti e tristemente vuote dei palazzi del potere romano. Le luci del Quirinale non scaldano, ma isolano i soggetti in quadri di un rigore geometrico quasi insostenibile. La composizione dell’inquadratura, sempre perfettamente simmetrica, restituisce l’idea di un ordine istituzionale che schiaccia l’uomo.
Dopo l’estetica lussureggiante di Parthenope, Sorrentino torna a una narrazione più intima e asciutta, pur non rinunciando al suo inconfondibile tocco visionario.
(scritto con Claudio Filippello per Articolo21)
Lascia un commento