David Bowie: L’architetto di un futuro presente

Esistono artisti che non si limitano a cavalcare il proprio tempo, ma ne ridisegnano i confini fino a renderli infiniti. David Bowie è stato l’esempio più luminoso di questa metamorfosi permanente. A 10 anni dalla sua scomparsa, la pubblicazione di ‘David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo’ di Paul Morley, edita in Italia da Hoepli (384pp., 22,90 Euro), non si configura come una semplice biografia, ma come un’analisi molecolare su una forza culturale che continua a rigenerarsi.

Firma storica del giornalismo britannico e testimone dell’epopea bowieana fin dagli esordi, Morley non è nuovo all’analisi del Duca Bianco. Già autore del bestseller The Age of Bowie, torna sugli scaffali con un volume che ne rappresenta il compimento critico. Suddiviso in agili capitoli, il libro riflette la natura stessa del suo soggetto: frammentario e stratificato.

Il cuore pulsante dell’opera risiede nel concetto della duplicità: Morley ci invita a osservare gli occhi di Bowie, diversi l’uno dall’altro, come porte d’accesso a mondi contrapposti. È in questo squilibrio visivo che l’autore rintraccia le tensioni che hanno alimentato l’artista: passato e futuro, gioia e malinconia, umano e automa, cultura popolare e arte seria. Il percorso non segue una cronologia prevedibile, ma inizia paradossalmente dal 10 gennaio 2016, interpretando la morte di Bowie come la sua ‘trasformazione più grande’, spartiacque simbolico del declino dell’Occidente.

Accanto a Bowie rivivono personalità come Eno, Sakamoto e Iman, mentre le città diventano stazioni di un’inquietudine feconda: dalla Los Angeles paranoica alla Berlino della trilogia, descritta come un luogo di ‘instabilità radicale’ filtrata attraverso lo sguardo di Fassbinder o Isherwood. Morley non si ferma alla musica, ma spazia tra arti figurative, scrittura, teatro e cinema, restituendo la complessità di un uomo che ha saputo farsi baluardo per tutti i ‘reietti, i freak e i viaggiatori nel tempo’ che l’attuale sistema tende a emarginare.

L’edizione italiana, curata da Ezio Guaitamacchi e tradotta con precisione da Leonardo Follieri, è nobilitata dalle prefazioni di Manuel Agnelli e Paolo Fresu che riconoscono nell’opera di Bowie una ‘profonda consapevolezza’ che eleva la musica a mezzo per esplorare territori ignoti.

Particolarmente toccanti sono le pagine dedicate a “Heroes”: Morley ci ricorda che quel brano non ha creato un mondo migliore, ma ci ha insegnato a restare in piedi nel caos, offrendoci un modo per affrontare la fine di ciò che conoscevamo. In un’epoca oscura, Bowie non è un ricordo del passato, ma una fonte di rivelazione e speranza che continua a parlarci, proprio ora, oltre lo spazio e il tempo.

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