Cosa resta quando un processo si chiude, la sentenza viene emessa e l’aula si svuota? Spesso resta un vuoto, una faglia tra ciò che è legale e ciò che è giusto. “Il dilemma di Eva” di Elisa Hoven edito Neri Pozza (256pp., 20 Euro) si infila esattamente in questo interstizio, portandoci in un vortice di storie dove nulla è mai come sembra.
Il romanzo della Hoven – magistrato, che sa bene quanto la verità processuale possa divergere da quella umana – ha una struttura magnetica e originale: non è un unico caso a dipanarsi, ma una serie di racconti autonomi, “casi clinici” di giurisprudenza che Eva Herbergen, avvocata penalista di lungo corso, ha affrontato e chiuso. Eppure, per lei, non sono mai davvero conclusi.
C’è la scrittrice di successo, il cannibale mite, il manipolatore di professione… Ogni capitolo è un caso a sé, una parabola oscura ispirata a fatti reali che l’autrice ha incontrato nella sua carriera. Il fil rouge che lega queste storie non è il crimine in sé, ma l’amara consapevolezza che la legge ha fatto il suo corso, ha inflitto pene o assolto colpevoli, ma non è riuscita a fare giustizia. Eva non è un avvocato che punta solo alla “pena minima” per il suo cliente: la sua è una ricerca ossessiva della persona dietro il reato, della motivazione profonda che ha spinto un essere umano oltre l’angolo buio.
Ma perché questa donna così salda e stimata sente il bisogno di andare tanto a fondo, di scavare dove i magistrati hanno smesso di cercare? La risposta risiede nel suo segreto. Eva Herbergen non osserva l’abisso dall’esterno: lei lo conosce bene. Da oltre vent’anni convive con i propri fantasmi e con colpe mai riparate che la legano indissolubilmente ai suoi assistiti. La sua empatia non è una dote professionale, è una forma di espiazione.
Mentre Eva prepara la lettera per rinunciare alla professione, i casi del passato tornano a galla come moniti. Il libro ci costringe a guardare nei punti ciechi del nostro giudizio e a confrontarci con una domanda scomoda: cosa resta di una sentenza quando la legge ha fatto il suo corso, ma la verità umana è rimasta fuori dall’aula del tribunale?
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