L’insostenibile peso della perfezione: il debutto di Lottie Hazell

L’esordio di Lottie Hazell, “La mia vita deliziosa” è uno di quei romanzi che ingannano: inizia come una commedia brillante e “appetitosa” per poi trasformarsi in un’analisi psicologica spietata e quasi disturbante.

Esistono libri che si leggono con la mente e altri che si percepiscono con lo stomaco, e il debutto di Lottie Hazell – “La mia vita deliziosa”, edito da Neri Pozza (304pp., 20 Euro) – appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Al centro della vicenda troviamo una donna il cui soprannome, Piglet (Maialina), risuona come una sinistra profezia fin dalle prime pagine: un marchio affibbiatole dalla famiglia sin dall’infanzia per sottolineare una sua presunta “sovrabbondanza”. Per i suoi parenti, lei è sempre stata quella cicciottella, quella che occupa troppo spazio, quella per cui nulla è mai abbastanza; un’etichetta che l’ha spinta, per reazione, a costruire un’età adulta fatta di controllo ossessivo e perfezione estetica. Piglet è diventata un’editor di libri di cucina di successo, trasformando il cibo in una liturgia di precisione millimetrica, quasi a voler dimostrare di poter dominare quella fame che gli altri le hanno sempre rinfacciato. La sua esistenza è ora un banchetto perfettamente allestito, culminante nel matrimonio imminente con Kit, il compagno ideale per completare il quadro di una borghesia impeccabile. Tuttavia, a soli tredici giorni dal fatidico sì, l’architettura di questa perfezione crolla sotto il peso di una confessione: Kit ha tradito, e il tradimento non è solo un atto di infedeltà, ma una crepa insanabile nel guscio di cristallo che Piglet ha decorato per anni. La narrazione si inoltra così in un territorio ambiguo dove il dolore non esplode in una rottura plateale, ma viene inghiottito… letteralmente. La protagonista sceglie di non annullare le nozze, decidendo invece di nutrire il proprio trauma attraverso un rapporto col cibo che torna a essere quello temuto dalla sua famiglia: una voracità primitiva e degradante che rompe gli argini del decoro.

Qui il romanzo compie il suo scarto più interessante, trasformando le descrizioni culinarie — inizialmente sensuali e patinate — in qualcosa di viscerale e disturbante, specchio di una fame emotiva che nessuna portata può soddisfare e di un corpo che torna a “esondare” dai confini imposti. Piglet diventa il simbolo della tirannia dell’apparire e della lotta contro un’identità imposta dagli altri, una donna che preferisce farsi divorare dal segreto pur di non confermare lo stigma familiare di “fallimento vivente”. Il libro scava nella paura costante di essere “troppo”, portando il lettore a interrogarsi su quanto della nostra identità sia reale e quanto sia solo una faticosa messa in scena per farsi accettare. Tra l’odore di burro nocciola e il sapore metallico dell’umiliazione, la storia scivola verso un finale che non offre facili consolazioni, ma che riconsegna alla protagonista la libertà di essere imperfetta, affamata e finalmente padrona del proprio spazio, al di fuori dei bordi puliti di un piatto ben presentato o dei giudizi taglienti di una tavolata di famiglia.

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