La famiglia Fang e i confini dell’arte

http://opinione.it/cultura/2016/08/03/dalessandri_cultura-03-08/

L’arte deve avere dei limiti? Fino a dove è giusto si spinga una performance? E quale il confine tra arte e vita reale? Questi sono probabilmente gli interrogativi principali che pone il film di Jason Bateman, “La Famiglia Fang”, in uscita in Italia il 1 settembre. Tratto dall’omonimo romanzo del 2011 di Kevin Wilson, il lungometraggio racconta con ironia e ferocia le vicende di una (folle) coppia di performer dissacranti, provocatori e radicali e dei loro due (sventurati) figli. Protagonisti lo stesso Bateman accanto ad un cast d’eccezione composto da Nicole Kidman, Christopher Walken e Maryann Plunkett.

Caleb e Camille Fang sono una coppia che negli anni Settanta ha scelto di fare della propria vita un’opera d’arte. I due non concepiscono azione che non sia artistica. In questo quadro i due figli, Annie e Baxter, definiti “bambino A” e “bambino B”, sono concepiti come mera appendice artistica. Le esibizioni dei Fang consistono essenzialmente nell’organizzare “scherzi” di varia natura in pubblico, filmando le reazioni dei presenti. Ad esibirsi sono tutti i membri della famiglia. Le loro creazioni scioccano il pubblico e deliziano gli appassionati d’arte, ma la passione ossessiva di Caleb verso il suo mestiere spinge i figli, una volta cresciuti, a prendere le distanze.

Annie e Baxter, ormai adulti vivono agli estremi opposti degli Stati Uniti, insabbiati in esistenze egualmente problematiche: Annie è divenuta una nota attrice, ma ha il vizio dell’alcool, e nell’ultimo periodo è finita sui principali tabloid più per scandali che altro; Baxter invece è uno scrittore caduto in disgrazia, vive in solitudine e non riesce a portare a compimento il suo romanzo. L’ennesimo lavoro “improvvisato” porterà Baxter in ospedale con un trauma cranico, così che lui ed Annie torneranno nella casa dei genitori per un periodo di riconciliazione e convalescenza. D’improvviso i figli assisteranno alla scomparsa di Caleb e Camille. Mentre la polizia li ritiene morti, vittime di un sanguinoso crimine, Annie è convinta che la scomparsa sia solo l’ennesima folle performance messa in atto dai due. La faticosa ricerca, condotta attraverso la ricostruzione dei tasselli delle loro esistenze, a partire dall’infanzia, apre uno spaccato crudele, ma a tratti quasi comico, di una coppia tanto squilibrata ed egoista da aver rasentato, in nome dell’arte, la totale distruzione dei figli. Questo cammino permetterà però ai due “ex bambini”di trovare se stessi.

“Pensate che vi abbiamo danneggiato. Va bene. I miei genitori hanno danneggiato me, i suoi genitori hanno danneggiato lei. Se avrete bambini, li danneggerete. È quello che fanno i genitori. E allora?”. Queste parole, che Caleb recita nella parte finale del film, sintetizzano efficacemente il quadro di disordine, mancanza di stabilità e carenze affettive in cui Annie e Baxter sono cresciuti. Una riflessione amara e certamente provocatoria sul ruolo dell’artista, sulle sue ossessioni e sulla sua cieca volontà di sacrificare tutto e tutti, figli inclusi, sul “sacro” altare della sublimazione artistica.

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