Covid-19. L’impennata dei contagi e i rientri dalla Sardegna: cosa accade davvero a bordo?

Mentre i contagi da Covid-19 continuano a crescere – benché con un numero di decessi fortunatamente molto inferiore ai mesi primaverili – e non si fa che additare i giovani quali responsabili di questo nuovo boom, credo sia importante fermarsi un attimo a riflettere sulle reali strategie messe in campo dal Governo e dalle Regioni per prevenire una ulteriore diffusione del Coronavirus. Le strategie di prevenzione non dovrebbero, ad esempio, rivolgersi in egual misura a tutti gli ‘attori’ della filiera dei trasporti? Proprio in questi giorni in cui i problemi maggiori sembrano essere legati ai rientri dalla Sardegna, chi scrive ha sperimentato in prima persona quanto accade sulle navi di ritorno “sul Continente”. Una situazione che non si fatica a definire allucinante.

Sabato 22 agosto: nave Grimaldi (proveniente da Barcellona) con partenza da Porto Torres e arrivo a Civitavecchia.

All’imbarco un fiume di auto e camion copre quasi l’intera superficie del porto. Con grande stupore, dopo il check del biglietto, non segue nessun controllo. Nessuno, neanche la misurazione della temperatura, un indicatore non certo esaustivo, ma quanto meno ‘indicativo’. Un solo addetto vaga sotto il solleone con un termometro facendo test ‘a campione’. In maniera del tutto spannometrica, potremmo sostenere che la temperatura viene monitorata a circa il 30% dei passeggeri, forse, considerato che la misurazione, anche per le auto che ne sono coinvolte, interessa solo il conducente benché la vettura sia a pieno carico.

A bordo la situazione non può che tradursi in assembramenti in corrispondenza dei punti cruciali della nave, come il bar del ponte, unica zona in ombra del deck esterno, presa letteralmente d’assalto. Migliaia di persone si muovono a bordo, provvisti o meno di mascherina, a propria discrezione: gli altoparlanti invitano certo ad utilizzarla, ma di controlli, ancora una volta, neanche l’ombra.

Per sfuggire alla calca, chi scrive sceglie di rifugiarsi in una cabina ‘pet’, considerati i due cani al seguito, pagata profumatamente per una traversata diurna, assegnata solo al momento della partenza (14.30). Peccato tuttavia che la quiete non duri a lungo, dal momento che lo ‘sfratto’ si concretizza alle 18.30, a fronte dell’arrivo previsto per le 20.45. L’addetta alla reception replica a delle osservazioni risentite “Abbiamo bisogno di più tempo per sanificare”. E’ evidente che la sanificazione va assicurata, ma questo non può e non deve andare a detrimento del passeggero (che dovrebbe peraltro essere avvertito prima dell’acquisto della policy vigente, il che naturalmente non avveniene) che si ritrova di nuovo alla mercé di un ‘carro bestiame’ che fluttua sul mare a oltre due ore dall’arrivo.

Arrivo che, come immaginabile, rappresenta ‘la ciliegina sulla torta’ di un viaggio raccapricciante: auto incastrate a neppure 20cm l’una dall’altra (che risulta difficile raggiungere il proprio mezzo e salirvi a bordo), ivi comprese le rampe di accesso ai garage inferiori e superiori. Un lavoro degno di un abile giocatore di Tetris.

Da cittadina prima ancora che da giornalista una domanda sorge spontanea: non era possibile assicurare un viaggio più ‘umano’? Così come è stato imposto a treni e aerei l’occupazione di un posto su due, non era possibile applicare una logica simile anche ai traghetti dimezzandone la portata? Con una pandemia in corso e contagi in preoccupante ascesa era troppo difficile organizzare controlli all’imbarco, come ormai il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, suggerisce da giorni? Non si comprende che stipare migliaia di persone all’interno di una nave senza alcuna precauzione può generare un vero e proprio disastro mettendo a repentaglio vite umane???

Il virus ha toccato – anche economicamente – tutti noi. Ma non è possibile pensare al profitto mettendo a rischio la salute pubblica. Prima delle regole sarebbe auspicabile un po’ di buon senso che, ancora una volta, brilla per la sua assenza.

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