Con Atto di famiglia – edito Neri Pozza (176pp., 18 Euro) – Alessandra Carati firma un romanzo affilato e doloroso, che entra a gamba tesa in uno dei grandi tabù della nostra società: il mito della famiglia come porto sicuro e la presunta linearità della fine di un amore. Dopo il successo di E poi saremo salvi, l’autrice cambia registro e si immerge nell’anatomia di una separazione feroce, una di quelle guerre domestiche capaci di trasformare la quotidianità in un campo di battaglia e di trasferire i sentimenti direttamente nelle aule di tribunale. Al centro della narrazione c’è un nucleo familiare ridotto ai minimi termini: un padre presente ma schiacciato dalle proprie insicurezze, una madre distante e magnetica, incapace di offrire un reale riparo emotivo, e una figlia che, ancora bambina, si ritrova a fare da spugna e baricentro morale a tutta la vicenda. La struttura del libro rifiuta la cronologia lineare per farsi polifonica, frammentata e instabile. Carati dà voce a tre punti di vista diversi e in costante conflitto tra loro, dimostrando come non esista mai una verità oggettiva quando un legame si spezza. Ogni personaggio manipola la memoria e riscrive il passato per puro istinto di autodifesa, per non ammettere le proprie colpe e per convincersi di essere la vera vittima. La forza del romanzo risiede proprio in questa indagine psicologica chirurgica, che mostra come l’amore possa scivolare in un bisogno ossessivo di controllo e di come l’orgoglio renda ciechi, fino al punto di usare i figli come armi di ricatto. Per raccontare questo abisso, la prosa di Carati lavora per sottrazione, con uno stile severo, lucido e privo di qualsiasi concessione al patetismo. Questa scelta stilistica agisce come una lama affilata che penetra fin nelle viscere: togliendo ogni filtro retorico o consolatorio, l’autrice ci consegna un dolore nudo, crudo e quasi fisicamente tangibile, che colpisce con precisione proprio per la sua assoluta essenzialità. Anche il finale, che non ricompone i pezzi del puzzle ma lascia una forte sensazione di sospensione, conferma il rifiuto di facili risposte.
Atto di famiglia: un affresco sulla ferocia di una separazione
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