RoFF21. Il dubbio oltre il dogma: Fjord e i cortocircuiti della tolleranza

pubblicato su Articolo21, scritto con Claudio Filippello

Presentato in anteprima nazionale alla 21ª Festa del Cinema di Roma nella sezione Best of 2026 dopo la consacrazione con la Palma d’Oro al Festival di Cannes 2026, il nuovo film di Cristian Mungiu non usa la macchina da presa come un tribunale, ma la trasforma in uno specchio inflessibile, capace di riflettere le contraddizioni del nostro tempo senza l’obbligo né la pretesa morale di risolverle. Con un’opera monumentale di due ore e ventisei minuti, il cineasta rumeno firma una diagnosi spietata sulle nevrosi e le feroci polarizzazioni della società globale contemporanea.

Nato da un lungo e rigoroso lavoro di documentazione su reali casi di cronaca legati alle divergenze educative e valoriali tra comunità progressiste e tradizionali, Fjord abbandona i giudizi di merito per filmare, con lo stile asciutto e imparziale del documentario puro, uno scontro apparentemente insanabile. La narrazione si concentra su una vicenda di finzione che abbraccia il volgere di pochi giorni tra un autunno, un inverno e una primavera nella vita dei suoi protagonisti: i Gheorghiu, una devota famiglia rumena — lei infermiera, lui ingegnere, insieme a cinque figli tra adolescenti, bambini e un neonato in fasce — che si trasferisce in un remoto villaggio affacciato su un fiordo norvegese.

L’apparente armonia iniziale e la vicinanza con i vicini di casa, i progressisti Halberg, si incrinano drammaticamente quando sul corpo della giovane Elia, la figlia adolescente dei Gheorghiu, vengono notati dei lividi. Da quel momento, la comunità locale e le istituzioni, in particolare il sistema di protezione dei minori, iniziano a interrogarsi con sospetto sui metodi educativi di questa famiglia così lontana dai loro canoni, caratterizzata da un rigoroso tradizionalismo e da una fede pervasiva.

Da questa scintilla, Fjord diventa il capitolo più maturo di una riflessione che prosegue il solco già tracciato da Mungiu in opere come R.M.N. e Traffic, esplorando gli stravolgimenti che hanno ridisegnato il mondo nell’epoca della globalizzazione, delle migrazioni, della democratizzazione, dell’espressione e dell’avvento delle visioni post-verità. Collocare questo dramma nei paesi nordici — nell’immaginario collettivo considerati i pionieri assoluti dei diritti, della tolleranza e dei valori progressisti — si rivela una scelta drammaturgica strategica: è proprio lì che il conflitto diventa più nitido e le crepe del modello occidentale emergono con spietata trasparenza.

Sul piatto vengono messi a confronto due modelli culturali antitetici, entrambi analizzati nei loro estremismi e nei rispettivi fallimenti. Da una parte,  l’iper-tutela burocratica scandinava: un sistema evoluto e garantista che, tuttavia, scivola nell’intransigenza, pronto a sottrarre i figli al nucleo familiare sulla base del solo sospetto, trasformando la presunta protezione del minore in un trauma istituzionalizzato; dall’altro,  l’ortodossia dogmatica della famiglia rumena: un modello patriarcale e iper-tradizionalista in cui la devozione sconfina nel fanatismo e lo spettro del demonio viene evocato per sanzionare ogni minima deviazione quotidiana dei ragazzi, dal saltare la lettura della Bibbia al guardare contenuti su YouTube.

La cinepresa osserva queste due “fazioni” con una distanza quasi geometrica, restituendo il ritratto di una società arrivata a una radicalizzazione estrema.

Il carattere corale e transnazionale di questo corto circuito si specchia anche nella struttura linguistica del film. Attraverso ben quattro lingue — norvegese, inglese, svedese e rumeno — e un cast internazionale guidato da un intenso Sebastian Stan (nei panni del padre, Mihai) e da una magnetica Renate Reinsve (nel ruolo della moglie Lisbet), Mungiu mostra come l’intreccio dei linguaggi e l’uso dell’inglese “globale” spesso non bastino ad azzerare le distanze: i segni, i gesti e le idee continuano a divergere senza incontrarsi mai.

Avvolto dalla fotografia tagliente di Tudor Vladimir Panduru — che cattura la bellezza austera della costa occidentale norvegese, da Ålesund al fiordo di Stranda — e sostenuto dalle musiche sottilmente inquietanti di Kaspar Kaae, Fjord non offre risposte preconfezionate né assoluzioni. Nell’universo descritto dal regista non ci sono buoni e cattivi, ma solo esseri umani prigionieri dei propri assoluti, dove forse soltanto le figure femminili e i giovani riescono a intravedere uno spiraglio di riscatto. Il film non nasce per confermare le certezze che lo spettatore possiede prima di entrare in sala, ma per costringerlo a dubitare, a esplorare la complessità e a fare i conti con la fragile illusione dei propri pregiudizi.

“Le nostre società sono diventate estremamente polarizzate, alimentando una sorta di radicalizzazione che divide le persone in gruppi contrapposti, i quali si ignorano, si disprezzano e spesso arrivano a detestarsi a vicenda. Siamo convinti di avere ragione, mentre gli altri ci appaiono sempre come manipolati, radicalizzati, ingenui o plagiati. Non nutriamo quasi alcun dubbio” sui legge nelle note di regia.

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