Come andare oltre il colore nascosto delle cose

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poiVoi avete l’apparenza. Noi dobbiamo andare oltre”. Questa è solo una delle battute del nuovo film di Silvio Soldini “Il colore nascosto delle cose”, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Fuori Concorso e in sala dal 7 settembre, distribuito da Videa. Uno scambio in apparenza banale, ma che in sé racchiude forse l’essenza più profonda dell’opera. La differenza tra vedere (con gli occhi) e sentire (con il cuore).

Le storie che si incrociano sono quelle di Teo, rampante creativo pubblicitario 40enne animato da una tremenda paura dei legami che, superficiale, bugiardo e fedifrago vive avventure continue passando da un letto ad un altro, anche solo per scommessa. Emma è un’osteopata, anche lei sui 40, separata. Cieca dall’età di 17 anni. Una donna che, nonostante tutto appare molto sicura di sè, padrona del suo spazio, capace di destreggiarsi come se i suoi occhi fossero ancora in grado di vedere. L’incontro tra i due avviene in modo causale, in un laboratorio al buio, condotto da Emma, al Museo di Arte Contemporanea di Roma. Si rincontrano per caso e iniziano a vedersi, per quanto Teo sia impegnato e stia iniziando una convivenza con Greta. Dopo una serata divertente dove l’alcool ha preso il sopravvento, Teo finisce nel letto di Emma, ma non si dimostra particolarmente prestante. E’ così che la frequentazione prende una piega diversa, dove nodali diventano la scoperta dell’altro e la condivisione. Oltre le apparenze. E Teo riesce ad aprire il proprio cuore, in maniera quasi inconsapevole. Ma le sue impenitenze e le sue bugie lo attendono dietro l’angolo, unite alla paura della responsabilità di legarsi ad una donna solo parzialmente autonoma. É così che si allontana vigliaccamente, senza una spiegazione. Ma il dado è tratto e per entrambi qualcosa è irrimediabilmente cambiato e nulla potrà essere come prima.

E’ una storia interessante quella che ci racconta Soldini, che lo fa con la delicatezza che gli è propria, perché affronta il tema della cecità da due versanti, quello di chi vive questa condizione e quello di chi si relaziona ad una persona non vedente. L’estrema cura della sceneggiatura fornisce un terzo punto visuale, quello di Nadia (che in realtà incarna la rabbia e le frustrazioni che la protagonista ha vissuto al momento della perdita della vista), una ragazza liceale cui Emma dà ripetizioni di francese. A dispetto di Emma, serena e capace di condurre una vita “normale”, Nadia è una “novella cieca”, arrabbiata con il mondo e incapace di accettare la propria condizione. Rifiuta di studiare, rifiuta di uscire, si vergogna di usare il bastone bianco, non sa muoversi senza che sua madre l’accompagni ovunque.

Un’opera toccante, priva di inutile pietismo e soliti clichè. Straordinaria l’interpretazione di Adriano Giannini e Valeria Golino rispettivamente nei ruoli di Teo e Emma. Un film che dà voce ad emozioni vere, come la paura della responsabilità che prova Teo rispetto alla costruzione di una vita insieme ad Emma, una paura che ciascuno di noi potrebbe provare.

 

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