“Dove non ho mai abitato”: la purezza dell’amore a 50 anni

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Sicuramente sentimentale, inteso nel suo senso più alto, e molto malinconico. Il nuovo film diPaolo Franchi, “Dove non ho mai abitato”, in sala dal 12 ottobre, distribuito da Lucky Red, colpisce al cuore. Una storia di solitudini, di fragilità, di paure. Il “fare i conti con se stessi”, alla soglia dei cinquant’anni.

Francesca (Emmanuelle Devos) è l’unica figlia del grande architetto Manfredi De Marchi (Giulio Brogi), tornato a Torino dopo la morte della moglie, che va a trovare solo di rado. Francesca vive a Parigi, sposata ad un uomo dell’alta finanza, e “disoccupata” nonostante il suo grande talento, come non perde occasione di ricordarle il padre. Tra i due si ravvisa un rapporto di amore e odio, tra un padre severo e una figlia che ha preferito fuggire. Un incidente occorso a Manfredi trattiene Francesca a Torino più a lungo del previsto. E’ così che il padre la prega di occuparsi della costruzione di una villa sul lago per una giovane coppia di sposini, affiancandola al suo pupillo, Massimo Ferri (Fabrizio Gifuni). Il rapporto con quest’ultimo, inizialmente difficile, prosegue in un delicato crescendo, in un gioco di sguardi, in una complicità malcelata, sino a culminare nell’amore. Ed è proprio un sentimento così puro, così inatteso, che li costringe a guardarsi dentro e a fare i conti con se stessi, ripensando alle proprie scelte.

Quelle di Massimo e Francesca sono due solitudini simili, ed è proprio questo, forse, il collante più forte tra i due: il primo ha rinunciato alla propria vita in virtù della carriera («So solo costruire case per gli altri, ma non per me», rivelerà al fratello); la seconda ha scelto di fuggire da un padre ingombrante, nascondendosi alla vita, rifugiandosi in una prigione dorata avulsa dalle passioni, vittima di un’“opacità borghese”.

Attingendo a Truffaut, nonché alla prosa malinconica di Cechov, ma anche ai personaggi altoborghesi cari ad Henry James, Franchi attraverso il paradigma del costruire (e decostruire), di pieni e vuoti, ci consegna un film commovente fatto di un susseguirsi di primi piani in cui gli sguardi prendono il sopravvento sulla recitazione.

Grande prova attoriale per i protagonisti; pregevole quella di Gifuni, il quale si conferma un attore a tutto tondo.

Ottima la colonna sonora affidata a Pino Donaggio, dove a prevalere è il pianoforte.

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