Sylos Labini torna nei panni del “Vate”

http://opinione.it/cultura/2017/02/16/dalessandri_cultura-16-02/

Gabriele d’Annunzio è un uomo ormai vecchio, costretto nella sua intima solitudine a ripensare alla propria esistenza nella prigione dorata del Vittoriale. L’esperienza di Fiume, così forte e così rivoluzionaria nella sua portata, è tramontata e l’ascesa di Benito Mussolini ha relegato il Vate in un “angolo”; pur di tenerlo a bada, il Duce acconsente ad ogni suo capriccio, ricoprendolo d’oro. Ma il sommo poeta si ritrova così “rinchiuso” al Vittoriale, al contempo il suo monumento e la sua clausura, amareggiato, preda dei suoi fantasmi e della sua condizione di mortale.

È dal contrasto tra il giorno e la notte, l’euforia e la malinconia che nasce l’ultimo spettacolo di Edoardo Sylos Labini, il “d’Annunzio segreto”, per la drammaturgia di Angelo Crespi e la regia di Francesco Sala. Lo si potrebbe considerare una sorta di “sequel” di “Gabriele d’Annunzio, tra amori e battaglie” portato in scena da Sala, sempre con Sylos Labini, nel 2013, che vuole indagare questa volta un versante più privato, più intimistico, più nascosto di Gabriele d’Annunzio. Abbandonati erotismo, eroismo e superomismo, d’Annunzio vecchio è un personaggio tragicomico. Un vecchio che cerca ancora di essere giovane, e che di giorno si diverte a punzecchiare e sedurre giovani donne di passaggio, a creare perversi litigi tra le sue amanti, Amélie Mazoyer, governante e badante servizievole e Luisa Baccara, “la pianista”, donna amareggiata e delusa. Ma il Vate è anche annoiato, a tratti patetico, ma cosciente, autoironico, per nulla ridicolo, semmai tragico. È di notte che Gabriele d’Annunzio vive i travagli delle apparizioni del fantasma di Eleonora Duse – a volte addirittura invocata attraverso sedute spiritiche – l’unica donna che egli abbia mai amato, e che lo ha abbandonato (scomparsa nel 1924).

Ed è proprio in questo alternarsi tra giorno e notte, in questi toni che oscillano tra il comico, l’ironico e il drammatico che lo spettacolo si consuma per quasi due ore. Una grande prova attoriale per un personaggio multiforme e pieno di contraddizioni che Sylos Labini incarna alla perfezione, coadiuvato sul palco da grandi attrici: Giorgia Sinicorni, Evita Ciri, Chiara Lutri, Paola Radaelli e da un’immensa e immortale Eleonora Duse (in versione fantasmica), incarnata da Viola Pornaro. Uno spettacolo profondo, che indaga l’animo del genio, il suo controverso rapporto con il fascismo, le sue intime fragilità, costretto a fare i conti con il fatto di non poter essere per sempre un superuomo. Divertente e ironico, ma al contempo tragico e commovente, offre un affresco del sommo poeta fuori dall’agiografia classica con cui ce lo ha consegnato la storia.

La pièce – che ha debuttato in ottobre al Teatro Quirino di Roma – dopo una serie di date nel centro-nord, tra il Teatro Duse di Bologna, il Niccolini di Firenze, Grosseto, Busto Arsizio, Pescia, torna nella Capitale per chiudere la tournée – per quest’anno – dal 17 al 19 febbraio, questa volta al Teatro di Tor Bella Monaca.

Un appuntamento da non mancare.

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