#FestadelCinema2020. “True Mothers” un racconto delicato su maternità e adozione

Entrato nella Selezione Ufficiale di Cannes 2020 “Asa ga Kuru” (True Mothers), della giapponese Naomi Kawase ha avuto, per ragioni di Covid, la sua première solo a Toronto, per poi approdare nei giorni scorsi alla quindicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. L’abbandono del padre di Kawase in tenera età ha segnato profondamente la regista, che è tornata più volte nelle sue opere precedenti sulle ferite dell’abbandono. Ma, nonostante la percezione di sé come figlia adottiva di sua nonna, quel che viene trasmesso sulla maternità e sull’adozione da True Mothers non appare particolarmente profondo. Interessante e illuminante quel che trapela rispetto alla percezione del parto e dell’educazione dei figli che la regista sembra tratteggiare come due esperienze tra loro slegate e distanti.

Il film, adattamento dell’omonimo romanzo della giallista Mizuki Tsujimura – che si dispiega per 139 minuti, con dialoghi spesso essenziali e lunghe pause – mixa più generi che vanno dal dramma coniugale al romanticismo adolescenziale in un quadro non sempre ben amalgamato e che mostra diversi ‘buchi’ narrativi.

La storia è divisa essenzialmente in tre atti. Dapprima viene rappresentata la vita in apparenza perfetta di Kiyokazu e sua moglie Satoko, genitori del piccolo e adorabile Asato, di cinque anni. Un flashback interrompe tuttavia l’idillio mostrando il lungo calvario del mancato concepimento, culminato nell’adozione di Asato attraverso Baby Baton, un’associazione che aiutava le giovani donne con gravidanze indesiderate a trovare una famiglia per i loro bambini. Cinque anni più tardi, la vita tranquilla della coppia – con Satoko costretta per l’adozione a lasciare il lavoro – viene interrotta dalla chiamata di Hikari, madre biologica che la coppia aveva incontrato nel giorno dell’adozione. Di quella quattordicenne dimessa non resta più nulla e la giovane donna scarmigliata ed aggressiva che si presenta alla loro porta chiedendo indietro il bambino o un risarcimento in denaro, porta i coniugi a credere si tratti di una truffa. Ma ecco che un altro flashback trasporta il pubblico a Nara, dove Hikari ancora spensierata, viveva un amore giovanile con un compagno di scuola. L’indesiderata gravidanza era stata vissuta dalla famiglia di Hikari come qualcosa da nascondere, una scelta sulla quale lei non avrebbe avuto voce in capitolo. Era arrivata così sull’isola di Hiroshima, dove aveva vissuto le settimane che la dividevano dal parto, nell’ostello messo a disposizione da Baby Baton. L’incapacità della sua famiglia di comprendere il suo dolore e la ferita profonda determinata dall’aver dato in adozione il suo bambino, l’aveva spinta alla fuga, finendo tuttavia alla deriva in una Tokyo pericolosa e fortemente intimidatoria.

L’opera riempie lo schermo con la profondità delle sue immagini grazie ad una eccellente fotografia che vira dalla natura – seppure non preminente quanto nei lavori precedenti – ai numerosi primi piani. Distintiva l’illuminazione, che in alcuni momenti abbaglia, ostentatamente sovraesposta. Un’opera dall’estetica impeccabile che dal primo fotogramma mostra con evidenza la matrice nipponica. Complessivamente delicato, anche se non sempre incisivo e toccante come ci si aspetterebbe.

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