#FestadelCinema: “Fête de famille”, il nuovo film di Kédric Kahn sulle ipocrisie familiari

Il compleanno della giovane nonna Andréa (Catherine Deneuve) si presenta come l’occasione perfetta per riunire la famiglia. Un’ampia casa di campagna, figli, nipoti e una tavola imbandita fanno da cornice a quella che potrebbe essere una giornata perfetta. I figli Vincent (Cédric Kahn) – borghese conformista, un buon lavoro, una moglie e due figli gemelli – e Romain (Vincent Macaigne) – bohemien, sciupafemmine aspirante cineasta – sono già lì quando, nel bel mezzo dei preparativi, insieme ad una pioggia torrenziale arriva a casa anche Claire (Emmanuelle Bercot), la figlia partita per gli Stati Uniti quattro anni prima.

Il suo arrivo più che dirompente si dimostrerà davvero disastroso per gli equilibri familiari: da una parte la difficile riconciliazione con la figlia Emma, cresciuta da Andréa, che prossima alla maggiore età guarda a sua madre con un mix di rabbia e distacco, dall’altra la sempre più evidente instabilità di Claire, vittima di turbe psichiche che l’hanno portata ad abbandonare gli Usa con i documenti del suo compagno e i gioielli di sua suocera e che ora reclama 200mila euro per avviare un surreale progetto di B&B vegano in Portogallo con una presunta donna svizzera conosciuta chissà dove. Tuttavia, insieme all’evidente follia di Claire, tornano a galla vicende del passato, quegli ‘scheletri nell’armadio’ così a lungo tenuti riposti, che tuttavia la festeggiata non vuole affrontare, rifugiandosi in un’ipocrisia familiare perbenista e invitando i partecipanti “a parlare solo di cose gioiose”.

“Fête de famille”, è questo il titolo del nuovo film di Cédric Kahn presentato nella Selezione Ufficiale della Festa del Cinema di Roma, è un’opera che s’inserisce a pieno titolo in una tradizione abbastanza radicata di pellicole sulle apparenze da tenere in famiglia. Una pellicola interessante, che oscilla abilmente tra dramma e commedia, tra tenerezza e malinconia che si alternano a ritmi talvolta incalzanti. L’occhio di Kahn non privilegia mai un personaggio sull’altro offrendo la situazione con uno sguardo quasi documentaristico, segnato anche dalle lunghe sequenze, tuttavia a volte l’opera sembra eccessivamente teatrale, offrendo al pubblico qualcosa di già visto. Un film godibile, anche grazie all’abilità degli attori, ma che non lascia il segno come forse anni prima aveva fatto il più crudo “Festen” di Thomas Vinterberg.

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