#Libri: La cura del dolore

“Sebbene il sole splendesse serenamente dal lato del mare, aveva cominciato a cadere una pioggerella sottile, che non dava fastidio. Henry mise entrambe le mani nelle tasche e per qualche motivo si ricordò di quando era piccolo. Gli tornò in mente un pensiero che aveva covato spesso: tutti intorno a lui erano cresciuti, e soltanto lui non si sentiva ancora adulto”. 

E’ questo l’incipit del terzo romanzo di Nicola Pesce, “La cura del dolore” (pp. 96, 12 Euro), già autore di “Le cose come stanno” e “Il fiato di Edith”, edito come i precedenti dalla sua casa editrice, NPE. Con quest’ultima opera, estremamente breve ma profondamente incisiva, l’autore delinea una metafora della società attuale, dominata ormai dal ‘politically correct’, attraverso le vicende di Henry, il protagonista, un ragazzo abituato ad assecondare gli altri. Senza una ragione specifica, senza una reale colpa, Henry, prelevato dalla spiaggia sulla quale sta serenamente passeggiando, si ritrova d’improvviso prigioniero, in un ‘palazzo governativo’ pieno di burocrati che gli indicano cosa fare in un progressivo crescendo. 

“Alzandosi meccanicamente, Henry si ritrovò a riflettere su tutti quegli ordini che cominciano con può: può sedersi, può entrare. Forse avrebbe potuto anche non entrare, si disse, girando la maniglia”. 

Sottoposto a torture fisiche e psicologiche, Henry comprenderà l’importanza di rivendicare la propria esistenza, il proprio diritto a vivere e ribellarsi.  Quello tracciato da Nicola Pesce è un intreccio che non può non ricordare le surreali vicende del signor K de “Il Processo” di Franz Kafka. Diversamente da quell’intramontabile capolavoro, Pesce esorta il suo protagonista – e i propri lettori – ad un ‘colpo di reni’,  ad andarsi a prendere ciò che si vuole, a ricordarsi di vivere. Un libro ben scritto da divorare tutto d’un fiato, capace di suscitare alterne emozioni nel breve volgere di poche pagine, che apre una riflessione importante sul nostro tempo.  

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