“Chi ha paura di Virginia Wolf?”, quando l’amore è un gioco al massacro

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IMG_2568Notte fonda. Martha e George sono appena rincasati da una delle solite feste organizzate dal papà di lei, un uomo “ingombrante”, il rettore dell’Università in cui George insegna, ma solo come uno dei tanti professori della facoltà di storia. Durante la serata a base di scherzi, risate ed alcool, Martha conosce una giovane coppia arrivata da poco. Lui, Nick, un quarantenne belloccio, insegna alla facoltà di Biologia. Lei, Honey, è una donna esile e aggraziata.

Alle due passate Martha informa George di aver invitato la giovane coppia per un drink. Il loro rapporto è minato e i loro scambi sono a base di continui punzecchiamenti “a cattiveria variabile”. L’arrivo dei due ospiti avviene proprio nel bel mezzo di una accesa discussione. Superato l’iniziale imbarazzo, i nuovi arrivati prendono posto in questo ampio salone dominato dalla presenza di un imponente mobile bar. Un bicchiere dopo l’altro l’alcool si insinua nei loro corpi, eliminando progressivamente ogni inibizione. Il risultato è un crescendo progressivo di scambi pungenti, dialoghi serrati che vanno verso un gioco della verità che non prevede superstiti. Le due coppie sono accomunate da un problema di genitorialità e la più giovane sembra quasi lo specchio della più matura.

Il risultato è un gioco al massacro, di sè e degli altri. Provocazione, disperazione, aberrazione sono gli elementi chiave dell’avanzare della piéce. Il testo “Chi ha paura di Virginia Wolf?” di Edward Albee, tradotto da Ettore Capriolo, per la regia di Arturo Cirillo – egli stesso in scena nei panni di George, al fianco di Milvia Marigliano, Valentina Picello, Edoardo Ribatto, produzione Tieffe Teatro Milano – Marche Teatro – si presenta come una potente macchina teatrale, una spietata riflessione sul nostro tempo, sul nostro egocentrismo, sul nostro cinismo, e sull’amore. Sulla solitudine, quella che travolge anche quando si è con gli altri, sull’amore, un amore perverso, fatto di rapporti di dipendenza per cui si arriva a distruggere l’altro anche se in fondo non è possibile sopravvivere senza di lui.

E la paura, quella che coglie i bambini nel buio della notte. Il tutto è raccontato con un linguaggio “naturalistico”, a tratti volgare, in una recitazione sporca, inficiata dall’alcool.
In scena al Teatro Vascello solo fino al 14 maggio, uno spettacolo che merita di essere visto, soprattutto per la straordinaria interpretazione dei quattro interpreti in scena.

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